Petrolio e la guerra dei prezzi: quali prospettive per il 2026?
- Nicola Abis

- 20 dic 2025
- Tempo di lettura: 7 min

Il mercato petrolifero sta attraversando una delle sue fasi più paradossali e critiche dell’ultimo decennio. Con le quotazioni del WTI scivolate in area 55 dollari al barile, la teoria economica classica suggerirebbe un taglio immediato dell'offerta per sostenere i prezzi. Eppure, l'OPEC negli ultimi mesi ha agito in direzione opposta, aumentando la produzione nonostante quotazioni già deboli e un mercato globale inondato di petrolio. Questa apparente irrazionalità nasconde in realtà una sofisticata strategia, dove le dinamiche industriali si fondono con la grand strategy geopolitica volta a ridefinire gli equilibri globali e, verosimilmente, a forzare l'esito del conflitto in Ucraina.
Per comprendere la magnitudo di questa mossa, è necessario analizzare la struttura dei costi sottostanti, distinguendo tra la sopravvivenza delle aziende e quella degli Stati.
1. Greggio a 55$, chi va in crisi?
Esiste una dicotomia fondamentale tra il prezzo necessario a una compagnia privata per trivellare (Breakeven Industriale) e il prezzo necessario a uno Stato sovrano per non fallire (Breakeven Fiscale).
Stati Uniti: Per gli impianti petroliferi occidentali e i produttori indipendenti di Shale Oil, il costo marginale per mantenere attivi gli impianti di estrazione e avviare nuovi progetti si attesta tra i 58 e i 66 dollari al barile (fonte Dallas Fed Energy Survey). Sotto questa soglia, il capitale smette di affluire. A 55 dollari, il settore è tecnicamente in perdita su ogni nuovo progetto. Negli ultimi mesi le compagnie Shale hanno retto il colpo perché protette da contratti di assicurazioni sul prezzo stipulati nel 2024, ma queste coperture inizieranno a scadere in massa nel Q1 2026. Gli analisti avvertono che, senza nuovi investimenti (impossibili a 55$), la produzione USA potrebbe incontrare un "precipizio" produttivo prima della metà del 2026. Il punto di vero panico per il settore Shale inizierebbe sulla soglia psicologica dei 50$: Su questo livello, le banche che finanziano il settore inizierebbero a tagliare le linee di credito.
Arabia Saudita: Nonostante costi di estrazione irrisori, Riad necessita di un barile tra gli 85 e i 96 dollari per finanziare il petrostato, la Vision 2030 e i suoi giga-progetti.
Russia: Il Cremlino ha bisogno di un prezzo tra i 70 e i 77 dollari per sostenere l'economia di guerra e il welfare interno senza intaccare le riserve strategiche.
OPEC "Fragile": Paesi come Algeria o Bahrain richiedono prezzi sopra i 120 dollari per il pareggio di bilancio.
2. Il Cambio di Paradigma OPEC: Dalla difesa del Prezzo alla difesa della Quota

Ma allora perché l’OPEC e in particolare l’Arabia Saudita, accetta di vendere a 55 dollari, generando un deficit di bilancio massiccio? La risposta è semplice: distruggere la concorrenza. Mantenendo i prezzi sopra gli 80 dollari negli ultimi anni, il Cartello ha indirettamente finanziato i suoi concorrenti, permettendo allo Shale Oil USA di prosperare e sottrarre quote di mercato, tanto da rendere le decisioni e i meeting dell'OPEC progressivamente sempre più ininfluenti sulle quotazioni.
La strategia attuale è una guerra di logoramento. L'OPEC ha scelto di sacrificare la redditività a breve termine per "ripulire" il mercato. Spingendo il prezzo sotto i 60 dollari — ovvero sotto il costo di rimpiazzo delle riserve americane — Riad mira a soffocare gli investimenti USA. È una scommessa sulla resistenza finanziaria: l’Arabia Saudita, forte di riserve valutarie per oltre 400 miliardi, può sostenere deficit nel medio termine; le compagnie private americane, vincolate ai rendimenti trimestrali, no.
3. La Geopolitica del Barile: L’Arma Finale contro Mosca

Utilizzare il prezzo del petrolio come "arma" è una strategia classica americana. In questo scenario, la convergenza di interessi tra Washington e Riad è, seppur tacita, evidente. Il crollo del prezzo del petrolio agisce come un moltiplicatore di pressione sulla Russia, inserendosi perfettamente nelle dinamiche per la risoluzione della guerra in Ucraina. Non a caso, nelle ultime giornate Mosca ha riaperto al tavolo delle trattative. Con il petrolio a 55$, Mosca rischia il collasso.
Il prezzo reale per la Russia non è 55$, ma 40$
Questo è il punto cruciale. A causa delle sanzioni occidentali e del "price cap", la Russia è costretta a vendere il suo petrolio a sconto rispetto al prezzo internazionale (Brent/WTI).
Se il prezzo di mercato (WTI) scende a 55 $, la Russia deve vendere il suo petrolio a Cina e India a circa 40-45 $ per rimanere competitiva.
Il costo mostruoso del trasporto
Questo è il fattore che spesso si ignora.
Prima: La Russia pompava il petrolio direttamente in Europa o lo spediva dai porti del Baltico a Rotterdam (viaggio di 3-4 giorni). Costo di trasporto quasi nullo.
Ora: Per vendere alla Cina e all'India, quel petrolio deve partire dal Baltico, attraversare l'Atlantico, girare intorno all'Africa (o passare per Suez pagando pedaggi cari) e arrivare in Asia. È un viaggio di 45-60 giorni. Chi paga trasporto e assicurazioni? Mosca.
Il prezzo di mercato (es. 55 $) è quello "alla consegna" nel porto cinese. Ma le spese di affitto della petroliera per 2 mesi, il carburante e l'assicurazione devono essere sottratte da quel prezzo.
Se il trasporto costa 8-10$ al barile (contro i 2 $ di prima), quei soldi vengono tolti dal guadagno della Russia.

Lo sconto obbligatorio per il "Rischio Sanzioni"
Per le raffinerie cinesi (soprattutto quelle private, chiamate "Teapots", che comprano molto greggio russo) comprare petrolio sanzionato dall'Occidente rappresenta un rischio che potrebbe comportare problemi con le banche internazionali o sanzioni secondarie. Per accettare questo rischio, chiedono uno sconto fisso rispetto al prezzo del Brent. Attualmente, questo sconto (spread) tra il Brent (petrolio del Mare del Nord) e l'Urals (petrolio russo) oscilla spesso tra i 10 $ e i 15 $ al barile.
Mosca deve vendere a qualsiasi prezzo
La Russia è ostaggio della sua stessa geografia. A differenza dei pozzi nel deserto saudita, gli impianti siberiani operano su permafrost a temperature di -50°C. Finché il greggio scorre, il calore mantiene il sistema fluido. Ma se il flusso viene interrotto l'acqua congela rapidamente spaccando le condutture d'acciaio e causando un vero e proprio "infarto" geologico al pozzo.
Fermare la produzione per la Russia non significa metterla in pausa, ma distruggere l'impianto per sempre, richiedendo decenni per riattivarlo (come accadde dopo il crollo dell'URSS nel 1991). Per il Cremlino la scelta è obbligata: vendere sottocosto a Cina e India è una perdita finanziaria, ma fermare i pozzi sarebbe un suicidio industriale irreversibile.
Matematica semplice: Se il WTI è a 55 $, India e Cina dicono: "Compro solo se me lo fai a 45 $ (sconto rischio) e paghi tu il trasporto, diversamente puoi tenerlo e chiudere gli impianti".
Il disastro fiscale: A 45 $, la Russia incassa a malapena il costo di estrazione e trasporto. Il margine di profitto fiscale (le tasse che vanno allo Stato per pagare la guerra) si azzera quasi completamente. La Russia ha un breakeven fiscale sopra i 70$ e tutte le politiche belliche sono state strutturate ipotizzando questo livello.
Con il petrolio che crolla, Putin è costretto a bruciare le riserve del Fondo Sovrano Nazionale a una velocità insostenibile per coprire il deficit.
L'obiettivo americano: Rendere matematicamente impossibile per la Russia finanziare la guerra nel 2026. Se non hai i soldi per pagare gli stipendi ai soldati o alle fabbriche di munizioni (che lavorano su tre turni pagati dallo Stato), la macchina bellica si ferma. Altro che sanzioni europee.
L'accordo Washington - Riad
Gli USA vogliono prosciugare le casse del Cremlino senza dover inviare soldati.
Washington potrebbe aver stretto un accordo e incoraggiato Riad ad aprire i rubinetti. Gli USA accettano il danno collaterale alla propria industria Shale pur di ottenere il risultato geopolitico di mettere la Russia in ginocchio. Per Trump un settore Shale momentaneamente in crisi può essere un vantaggio politico: un petrolio a 55 - 60 $ frena l'inflazione e riduce il costo della benzina e dell'energia per i consumatori americani.
3. L'inflazione
Quando si guarda un bene come il petrolio, non si può non considerare l'effetto inflazione. I costi delle materie prime, macchinari, attrezzature, equipaggiamenti e manodopera specializzata dopo la pandemia sono esplosi. Risulta pertanto inesatto fare dei paragoni rispetto ai minimi di qualche anno fa. Osservando la chart del Crude Oil corretta per l'inflazione, appare chiaro come il livello di 54 - 52 $ rappresenti il vero floor che ha retto molta della struttura dal minimo del 2008. Escursioni sotto tale livello sono insostenibili nel medio termine.

Ovviamente, non ci si dimentica che durante la pandemia il prezzo del petrolio arrivò sotto zero; allo stesso tempo, però, quelle perdite furono ampiamente recuperate, con il WTI che tornò a 130 dollari al barile due anni dopo. Un dato che conferma una dinamica ricorrente: quando il greggio scende verso livelli di breakeven, diventa spesso un’interessante opportunità di portafoglio. Il Cartello, prima o poi, tende a ristabilire i propri margini. A fare davvero la differenza sono la strategia e la conoscenza degli strumenti più adatti.
4. Prospettive Temporali: La Curva a "U" e il Punto di Rottura
Quanto può durare questa fase?
Il ciclo economico è sempre lo stesso: prezzi bassi costringono diversi siti a fermare la produzione. Il credito viene tagliato, gli investitori si ritirano, i pozzi che si esauriscono non vengono rimpiazzati. Con la scadenza massiccia delle coperture assicurative, il 2026 vedrà un brusco crollo dell'offerta.
I paesi Arabi possono permettersi queste quotazioni nel breve periodo, ma su orizzonti pluriennali tutte le perdite contabilizzate nel 2025 dovranno essere recuperate. Questa non è una scelta, ma una mossa strategica obbligata per mantenere in vita un petrostato. Una volta fatta fuori parte dei siti estrazione Shale, i paesi Arabi potranno guidare i prezzi verso le quotazioni che desiderano, recuperando tutto con gli interessi.
5. Stagionalità, correlazioni e Cicli
Con i prezzi ormai giunti ad un livello di supporto tecnico (breakeven industriali), inflazionistico e volumetrico, anche il fattore di stagionalità si fa interessante:

Il nostro agent AI ci ricorda che tutta l'area invernale è tipicamente molto favorevole per i posizionamenti rialzisti, con un vantaggio statistico del 75-79% di long bias tipico.

I clienti conoscono bene il quadro ciclico di lungo periodo che sto monitorando e che potrebbe aprire delle ottime occasioni sul WTI.
Oltre ciò, è interessante osservare la storica correlazione tra Indice dei Prezzi al Consumo e il WTI


Perché è interessante? Perché conducendo un'analisi ciclica sul CPI, è possibile rilevare scientificamente e matematicamente (sia su timing solution che sulla nostra dashboard) la presenza di un ciclo di circa 5.5 anni.


Gli utenti abbonati potranno unire questa informazione all'analisi ciclica fornita su petrolio e trarre le dovute conclusioni. Il tempo ci dirà se la correlazione resterà attiva. Senza dubbio la situazione tecnica e temporale del WTI si fa interessante. Monitoreremo settimana dopo settimana con gli abbonati la sua evoluzione, condividendo come sempre le operazioni che sto effettuando sul mio portafoglio.








